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29 marzo 2019

C'eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974)

Stefania Sandrelli, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi Finita la guerra, scoppiò il dopoguerra. E l'idea che gli anni successivi al conflitto mondiale rappresentarono una continuazione "fredda" della guerra civile, cui i protagonisti di "C'eravamo tanto amati" avevano partecipato, è l'essenza del capolavoro senza tempo di Ettore Scola.
Un'opera marchiata da un'ambizione sfrenata, da una spericolatezza narrativa senza precedenti per la nostra commedia, una pellicola in cui, attraverso trent'anni di vita pubblica e privata, il regista racconta la vacuità di quei valori "di unità" che avevano caratterizzato la Resistenza. L'Italia esce dalla guerra dopo una prova di coraggio e volontà degna di ogni tipo di orgoglio: attorno alle lotte partigiane si stringe la collettività che crede in una nazione che può e deve rialzare la testa. Ma nella storia dei tre combattenti volontari Antonio, Gianni e Nicola c'è tutta la contraddizione agrodolce, il senso di sconfitta e rimpianto per le premesse tradite. Quella società "più giusta" che tornava nelle città dopo aver combattuto sulle montagne si rivela un obiettivo fallace, un punto di arrivo che, in un modo o nell'altro, nessuno riuscirà a raggiungere. Scola, avvalendosi della sceneggiatura straordinaria scritta insieme alla coppia d'oro del cinema italiano Age-Scarpelli, dichiara fin dal titolo la volontà di far correre la narrazione malinconica e scanzonata su due binari: i valori pubblici e quelli più intimi si sovrappongono nelle disavventure dei tre coprotagonisti e il senso di smarrimento dei giovani ex partigiani si infrange contro il muro di ideali politici irrealizzabili e di storie d'amore imperfette. "C'eravamo tanto amati" sceglie una simbologia molto schietta: ogni personaggio porta in dote una metafora di un movimento della società del dopoguerra.

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